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In principio fu la curiosità di avere sul palmo di una mano le cose del mondo. Successivamente si è evoluto il modo di poterne fruire, tecnologie più veloci hanno permesso che tutti i contenuti fossero fruibili in poco tempo e in maniera immediata. In un periodo di pochi anni tutti abbiamo avuto tra le mani uno strumento potentissimo che progressivamente, con la scusa dell’intrattenimento, ci ha lasciato senza tempo. Una narrazione vuole che come ogni strumento esistente al mondo, abbia dei pregi e dei difetti, l’uso deve essere controllato, meno di un’ora, al massimo due ore al giorno?! Sappiamo bene che non è così. Come un tic ormai familiare, il gesto è semplice, fuori dalla tasca, in una borsa, in un nano secondo, sblocco e scroll, a volte infinito, a volte più controllato, ma almeno per qualche minuto. È sciocca la mia analisi, già letta, già sentita, ma come un ex-tossico, posso affermare in qualche modo ciò che lascia, ciò che consuma, l’impoverimento culturale su più livelli, ma soprattutto il saccheggio forzato del tempo.
C’è anche un’altra chiave di lettura che potrei dare, come usare lo strumento per poter avere maggiore possibilità o maggiore visibilità, ma in un ambiente saturo di ricerca di essa. Una contraddizione, vero?! Già questa constatazione dovrebbe spingerci altrove e invece. Invece l’uso smodato e quotidiano ci ha portato alla dipendenza vera e propria, dove una patina perfetta, ma digitale, va a cozzare con la poca cura personale; cura di qualsiasi tipo s’intende. Ne ho notato gli effetti nefasti sui volti ormai inespressivi, sugli occhi spenti, muti, e che non hanno altro da riflettere, se non immagini che scorrono sulle pupille.
Se ne sente parlare sempre quando c’è bisogno di aumentare la portata di un qualcosa, una notizia, un evento, un’idea anche embrionale, ma non solo, se ne sente parlare sempre anche per le cose di tutti i giorni, ma comunque con un principio di autocompiacimento costante. Questo sentore del secondo fine accresce in me un senso di disgusto e lontananza da tutto questo. Un rifiuto sano, quasi contraddittorio con il mio passato, ma necessario in questo momento attuale. L’allontanamento dalla sfera digitale, incide umanamente anche su quella reale, poiché oggi è inconcepibile una scelta di questo tipo, a meno che si voglia intraprendere la strada dell’eremitaggio urbano. Considerando tutti gli aspetti positivi della cosa, non sarebbe nemmeno una scelta da buttare via.
Ma planiamo ragionevolmente sulle cose del mondo, sulle cose di cui ora ho bisogno e sto parlando di autenticità, parola che ha un non so che di esotico quasi, parola di cui non ne avverto nemmeno una eco lontana. E allora, il setacciare quotidiano della mia realtà, spargendo il superfluo a terra e mantenendo solo un sedimento autentico, mi porterà in un altrove che è ignoto ora, ma sarà reale in un prossimo futuro. Questo sedimento creerà ponti o magari chiuderà strade o sentieri, realizzerà nuovi tracciati da costruire, ripulirà mulattiere da risalire senza affanni, senza danni, scrutando all’arrivo in cima, un nuovo orizzonte